Alla ricerca del “Perfetto Sensei” – Seconda Parte

Nessuno è perfetto (tu ed io compresi)

Fin dai tempi di Socrate ci è stato tramandato che le domande sono più importanti delle risposte. Il metodo socratico è stato e continua ad essere uno dei capisaldi della filosofia occidentale e il nostro costante interrogarci ci costringe a trovare soluzioni e risposte a domande sia pratiche che, soprattutto, esistenziali. Oltre all’importanza di porsi delle domande andrebbe ci dovremmo interrogare soprattutto sulla qualità di queste ultime. Ma noi esseri umani “normali” vogliamo soprattutto risposte e certezze che diano senso alla nostra vita, motivo per cui abbracciamo più o meno criticamente credenze e filosofie, ed entriamo a far parte di chiese, istituzioni, circoli e dojo. Vogliamo regole, magari per ribellarcene, e qualcuno che ci dica cosa fare e magari cosa pensare.

Una certa idea di “maestro” è stata instillata nel campo delle arti marziali, infatti questo tipo di sensei deve essere un saggio che ha acquisito conoscenze esoteriche, deve possedere risposte assolute e conoscere tecniche segrete che ha appreso da antichi maestri in oscuri e misteriosi dojo in angoli sconosciuti del Giappone (o Cina, Thailandia, Filippine, Corea a seconda a quale scuola o lignaggio dichiara di appartenere). Deve essere allo stesso tempo spietato nell’applicare la disciplina e le tecniche di insegnamento, e nello stesso tempo essere saggio come un confuciano, disposto a consigliare e somministrare pillole di saggezza sotto forma di aforismi acuti e incomprensibili. In effetti, più è incomprensibile, meglio è. E, soprattutto, deve essere perfetto. Purtroppo questa idea si è talmente radicata che alcuni insegnanti ci credono e si propongono e si vendono in questo modo, sapendo che ci sono schiere di studenti pronti ad ascoltarli. Invece la realtà è ovviamente diversa.

Sifu Pai Mei from Kill Bill Vol.2
Sifu Pai Mei da Kill Bill Vol.2

Come accennato in precedenza, la parola sensei significa “colui che è venuto prima”. Quindi il maestro è quella persona che ci ha preceduto nello stesso percorso che stiamo facendo anche noi, che ha inciampato, sbagliato e imparato. E ha raggiunto un livello tale da poter trasmettere le sue conoscenze ed esperienze a chi si sta muovendo sulla stessa strada, come altri hanno fatto prima di lui, e altri lo faranno dopo. È tutto. Un sensei non è un essere sovrumano con superpoteri, o conoscenze arcane, o il custode di antiche tecniche tramandate di padre in figlio dall’alba dei tempi. È una persona normale, con pregi e difetti annessi, con un mutuo o un affitto da pagare, una famiglia, la spesa da fare, e così via. Ma questa normalità, che appartiene a tutti noi, a volte è difficile da accettare. Noi, dal sensei, ci aspettiamo la perfezione e non gli perdoniamo minimamente che possa mettere un piede in fallo. Proiettiamo su di lui le nostre aspettative e le nostre illusioni, che puntualmente vengono infrante, riportandoci alla realtà della vita.

“È venuto il Figlio dell’Uomo che mangia e beve, e dicono: ‘Ecco un mangione e un beone, amico dei pubblicani e dei peccatori'”. Matteo 11:19

Nessuno è immune dalle critiche, soprattutto chi decide di mettersi in gioco e di assumersi la responsabilità di trasmettere il proprio sapere. Fortunatamente, molti insegnanti lo fanno senza prendersi troppo sul serio e con un pizzico di incoscienza. Ma accettare questa realtà è forse una delle prove più difficili per gli studenti, soprattutto se pieni di illusioni e false aspettative. Rispettare la persona, rispettarne il ruolo di maestro, rispettarne saperi ed esperienze, senza metterla su un piedistallo, accettarne la fallibilità, senza idolatrarla e incensarla, è la strada più difficile ma l’unica che porta risultati duraturi. Perché questa è la lezione più importante che possiamo imparare nel dojo: rispettare noi stessi, rispettare gli altri e diventare adulti, oltre a fare tabula rasa di tutti i finti “maestri” che infettano il nostro mondo.

Questo non significa, come studenti, che dobbiamo accontentarci o abbassare le nostre aspettative, e come insegnanti, questo non può e non deve essere una scusa per essere superficiali o per adagiarsi sugli allori. Invece questa consapevolezza deve essere uno stimolo per migliorarci costantemente, per mettere in pratica nella nostra arte il kaizen (改善), un miglioramento continuo e costante.